viernes, 21 de abril de 2017

La cattura (cuento inédito en castellano, editado en italiano)



Grazie a Dio le donne e i bambini si sono calmati da un paio d’ore; da quando sono riusciti a liberarsi, con molta fatica, del corpo del vecchio, tirandolo da un finestrino. Le grida mi facevano saltare i nervi.
Alcuni si sono addormentati, vinti dalla stanchezza e dalla fame; altri, i disperati e irritabili, restano pensierosi o inquieti, come bestie in gabbia, immaginando il modo di fuggire, o semplicemente, una spiegazione logica.
Non esiste tale spiegazione.
Dal mio posto, mi vedo riflesso nel vetro di una delle porte: il mio aspetto è deplorevole, come quello di tutti; ho il volto emaciato, la barba di qualche giorno, le guance scavate dalla fame, dalla sete e dal tedio. Il mio completo è sporco, stropicciato e ha qualche macchia di sangue.
Il rumore delle ruote, invece di farmi addormentare come gli altri, mi esaspera, mi tiene sveglio e mi obbliga a riflettere su questo sequestro. Faccio uno sforzo per calcolare da quanti giorni stiamo viaggiando senza interruzione né riposo su questa metropolitana; però invano: ho perso il conto da quando mi hanno rubato l’orologio.
Ho un presentimento che preferisco tacere: stiamo girando in tondo, un percorso vizioso apparentemente retto. Dubito che questi infelici lo sospettino, sono troppo semplici e conservano la speranza di arrivare in un qualche luogo concreto. Sentono la mancanza della superficie, della luce del sole. Sono ignoranti.
Non avevo mai preso una metro, questo orribile mezzo di trasporto pubblico. Bella ironia. Martedì scorso tutto è sembrato concorrere perché ciò accadesse, come se fosse stato calcolato dettagliatamente, come se ogni pezzo di questa cattura combaciasse con gli altri per mezzo di una rigorosa organizzazione tramata e portata a termine da esperti in sequestri. Questa mattina sono sceso al mio posto auto nel garage e mi sono sorpreso quando la macchina non è partita. Mi sono sentito contrariato, come è normale, e ho insultato duramente il mio autista minacciando persino di licenziarlo se fosse successo di nuovo. I miei rimproveri gli sono importati poco, per tutta risposta ha fatto spallucce. Ora penso che potrebbe essere coinvolto. La notte precedente mia moglie mi aveva commentato delle notizie un po’confuse circa dei manifestanti che rallentavano il traffico sulle strade principali: bande di sediziosi e nullafacenti, senza dubbio, e ho escluso, inesplicabilmente, l’intenzione logica di prendere un taxi. Mi sono deciso per la metro come unica soluzione, mi ha perfino conquistato l’idea di avventurarmi in questo mezzo di trasporto; anche se so, per sentito dire, che si viaggia stretti tra tutta questa gente sporca e addirittura pericolosa. Ma era d’importanza vitale arrivare al mio ufficio alle otto in punto del mattino, per ultimare i dettagli del contratto e sottoporlo alla firma.
Avrei dovuto fermarmi in tempo, scartare questa idea strampalata, chiamare la mia segretaria e indicarle di cancellare e posticipare l’operazione. C’è stato anche un momento opportuno per abbandonare la stazione: mentre ero in coda per il biglietto, in quell’istante ho percepito dei comportamenti sospetti e ho nascosto immediatamente il mio orologio d’oro con il polsino della camicia. Ma gli sguardi avidi ricadevano sulla mia ventiquattrore, come se conoscessero il valore del suo contenuto, delle mie carte. In quel momento non ho avvertito chiaramente il pericolo e sono salito sul treno. Appena entrato mi sono sentito aggredire da un penetrante odore di sudore, e mi sono ritrovato prigioniero tra una moltitudine di disgraziati. Non ho potuto non provare un enorme schifo, una nausea che dalla gola saliva alla bocca, e che ho trattenuto con molta forza di volontà e autocontrollo.
Avrei potuto scendere alla prima fermata, così ho pensato per un momento, mentre sentivo su di me tutti quegli sguardi, ma la paura, il solo pensiero di non arrivare in tempo, mi ha dato la forza per proseguire in mezzo a tutta questa gente che non fa altro che desiderare i miei averi.
Le grida e i pianti dei bambini e delle donne mi irritano; quando alcuni si calmano, irrimediabilmente cominciano altri, come se si mettessero d’accordo, come se facessero parte del programma di questo sequestro. Correva voce che un bambino fosse morto asfissiato e che la madre si rifiutasse di liberarsi del corpo, non potevano strapparglielo dalle braccia. Non ci credo. Da qui non ho notato niente di insolito: grida e pianti si sentono ininterrottamente provenire dagli altri vagoni e mi sono sembrati quelli di sempre.
Tutto è perduto: la firma del contratto e l’affare. Non serve a niente pentirmi per non essere sceso in Avenida Campoamor e aver cambiato alla linea quattro, come indicava la cartina che ho chiesto allo sportello. Adesso è troppo tardi, ma ho avuto paura di inoltrarmi per quei tunnel tortuosi e per quelle scale sudice e in penombra, paura di tutte quelle rientranze, di quei miserabili che chiedono soldi e dormono negli angoli avvolti in stracci e giornali. Inoltre, una volta in strada avrebbe anche potuto essere pericoloso: sono molti i vicoli stretti, scuri e senza vigilanza della polizia che si susseguono vicino al palazzo degli uffici.
A volte faccio schermo con le mani e guardo le pareti della galleria, i mattoni nudi e anneriti dalla polvere e dalla fuliggine, e tutti quei cavi e quei segnali intermittenti che per me sono incomprensibili, ma che so che costituiscono il linguaggio segreto di quelli che hanno tramato questa infamia. Queste gallerie sono strette, giusto quel tanto perché possa circolare il treno; la mancanza di spazio è stato il principale impedimento quando ci siamo liberati del cadavere del vecchio. Abbiamo dovuto aspettare di passare per uno di quegli ampliamenti poco frequenti per tirarlo. E anche così, ha sbattuto contro le pareti ed è quasi rientrato completamente stritolato nello scompartimento. L’aria convogliata lungo la galleria ha fatto da aspiratore e lo ha trascinato fuori. A volte credo che lo trasportiamo agganciato, proprio sotto il mio posto; sento un rumore, una specie di strusciamento, che prima non c’era. Anche se mi è difficile distinguere i rumori non abituali per via dei pianti, delle grida e di tutto questo disordine.
Alla minima alterazione della routine di questo viaggio, tutti si inquietano, si illudono credendo di arrivare da qualche parte. Ogni volta che si spengono le luci, anche solo per un istante, s’impossessa di tutti un’allegria infantile. Se il treno diminuisce la velocità, immediatamente si ammassano ai finestrini, con la ridicola speranza di una stazione finale: la salvezza.
Una delle volte in cui il treno si è fermato e hanno spento tutte le luci, è cresciuto il nervosismo e lo sconforto; poi si sono calmati e sono rimasti in attesa, con i sensi all’erta, sperando di sentire un suono, o di scorgere una luce che potesse costituire un indizio di libertà. La fermata era dovuta semplicemente a una disattenzione nei controlli generali (o forse a proposito), e i finestrini non si erano bloccati automaticamente come le altre volte. I più abili e forti sono riusciti a scivolare fuori e sono fuggiti correndo avanti lungo la galleria. Non era passato molto tempo e li abbiamo rivisti, appiccicati alle pareti, spaventati e feriti, ansimando atterriti come topi. Immediatamente ho ipotizzato che se li avessimo rivisti, ciò avrebbe confermato la mia teoria di un viaggio circolare e senza fine, in un circuito che intuisco non molto profondo, né lontano dalla città: un circolo dal perimetro molto ampio che permette di creare l’illusione di una retta infinita.  Chiaro che, se gli uomini e le donne che abbiamo lasciato indietro non sono gli stessi che sono fuggiti da qui, esiste la possibilità di un altro treno catturato che circola davanti al nostro e dal quale potrebbero essere scappati.  Se così fosse, i treni sequestrati sarebbero più di uno.
Sono anche avidi di carta, è stato il motivo per cui mi hanno rubato la ventiquattrore. Dato che le porte che mettono in comunicazione tra di loro i vagoni sono saldate, comunicano da uno all’altro appiccicando al vetro dei fogli con dei messaggi scritti sopra. Grazie a uno di questi siamo venuti a sapere che quelli del vagone posteriore avevano recuperato un po’ di cibo. Dal mio posto ho visto un certo trambusto; una disputa tra due donne per un piccolo oggetto che non ho potuto vedere chiaramente, ma che non mi è sembrato cibo, piuttosto qualcosa di valore, forse un gioiello. Quando sono riusciti a separarle, una di loro, la più forte, ha nascosto qualcosa nella borsa. Subito mi sono venuti in mente l’orologio e la medaglietta della Madonna che mi avevano rubato mentre dormivo; anche se non mi spiego come possano essere arrivati fino a lì. Sospetto che le altre cose rubate siano qui, nelle tasche e nei portafogli di questi cretini maleodoranti.
I primi giorni, quando qualcuno recuperava qualcosa da mangiare lo condivideva, ma ora non succede più: l’ultima volta che abbiamo potuto mettere qualcosa sotto i denti è stato un paio di giorni fa, quando il treno si è fermato. Nella confusione, qualcuno mi ha spinto per rubarmi il posto e ho preso un colpo in testa che mi ha fatto svenire. Quando mi sono ripreso, ho visto una luce che avanzava da lontano. Molti si sono ammassati ai finestrini posteriori chiedendo aiuto. Ho approfittato della distrazione per cercare nelle borse e nelle valigette altrui la mia ventiquattrore con il contratto, ma non l’ho trovata. Alcuni hanno tentato di forzare i finestrini facendo leva con gli oggetti disponibili, altri hanno tirato quanto di più pesante contro i vetri blindati. È stato tutto inutile. La luce si è fatta sempre più intensa e definita fino a che si è scoperto che si trattava di un operaio della metro, vestito con una tuta da lavoro azzurro sporco e un casco giallo, che ci ha accecato impedendoci di vedergli il volto. Siamo indietreggiati, impauriti. In quell’oscurità regnava una nervosa e tacita attesa, alterata appena dai gemiti di qualcuno che agonizzava in un angolo. L’operaio ci illuminava con la sua torcia e ci osservava come se fossimo delle bestie in gabbia. Salendo su una sporgenza, o qualcosa di simile, si è addossato a un finestrino e ha diretto il fascio di luce sul pavimento per vedere quelli che giacevano lì. È sembrato perdere subito tutto l’interesse, ha spento la torcia e se ne è andato. Dopo un prolungato silenzio lo abbiamo sentito chiamare a versi altri operai che sono comparsi ugualmente coperti di sudiciume, li abbiamo sentiti mettersi sotto il vagone e lì lavorare a qualcosa, dando ordini e contrordini,  facendo rumore con gli attrezzi e ridendo a crepapelle dei propri scherzi e delle loro porcate. Quando hanno terminato si sono arrampicati sul treno e appiccicando la faccia ai vetri, ci hanno guardato per un bel momento con curiosità. D’improvviso hanno fatto luce e abbiamo visto comparire dei pezzi di pane attraverso le grate di ventilazione. Si è prodotto un gran tumulto per ottenere una briciola, mentre loro si divertivano a guardarci lottare per il cibo. Nella lotta ho ricevuto uno spintone e ho sbattuto contro un sedile, ho perso i sensi e quando mi sono ripreso gli operai erano scomparsi e il treno era di nuovo in marcia, compiendo quello che  credo un rigoroso itinerario circolare. Mi faceva male la testa, avevo un taglio profondo sulla fronte e sangue sulle mani e sui vestiti. Vicino a una delle grate sono rimasti sdraiati due donne e un bambino. Una era svenuta; l’altra, in ginocchio, sputava sangue; il bambino era morto.
Non abbiamo più visto gli operai, nemmeno quelli che sono riusciti a scappare, ma credo di avere individuato certi lineamenti comuni tra gli uni e gli altri, di aver riconosciuto qualche faccia, nonostante lo sporco e la penombra.
Se almeno potessi recuperare l’orologio, saprei da quanto tempo stiamo viaggiando su questo treno catturato. Li ho supplicati di ridarmelo, ho promesso ricompense di valore, allettanti, ma ridono di me e mi insultano.
Un momento fa, quando mi sono svegliato, ho trovato di fianco a me la ventiquattrore, vuota e solcata di tagli di rasoio o di coltello, con la chiusura distrutta. Pieno di odio li ho chiamati ladri e cretini… Non gliene è importato. Una donna mi si è avvicinata e mi ha sputato in faccia imbrattando l’unica lente che mi è rimasta degli occhiali.
Adesso non gli rivolgo più la parola. Mi limito a restare al mio posto guardando dal finestrino continuamente, con la faccia attaccata al vetro e nascondendo quello che solamente io so con assoluta certezza: andiamo in circolo, non ci sarà nessuna stazione finale. No, non glielo dirò; preferisco che continuino a credere che avanziamo in linea retta verso la desiderata superficie, verso la luce. Ho delle prove di ciò che affermo: basta non smettere di guardare fuori e così verifico che, ogni tanto, nel groviglio di cavi anneriti che scorrono lungo le pareti, è ancora agganciato il mio contratto, sgualcito e sporco, macchiato di sangue, che a causa dell’aria sussulta ogni volta che passiamo, come una colomba ferita.

 Dajana Morelli. Traduttrice dallo spagnolo. Ha tradotto e curato Elogio dei regni dell’immaginario di Fernando Butazzoni (Arcoiris 2013) e Istantanee di inquietudine di Norberto Luis Romero (Arcoiris, 2012). Si è occupata della curatela di Fucilati all’alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárez di Roberto Ferro (Arcoiris 2013). Sempre per Arcoiris, ha tradotto alcuni racconti dell’antologia Racconti ispanoamericani del terrore del XIX secolo (Arcoiris, 2015). Ha partecipato alla traduzione e alla redazione finale de Il mattatoio di Esteban Echeverría (Aracne 2010). Ha collaborato con “Sotto il vulcano”, blog dedicato al panorama letterario latinoamericano e alla scena culturale nordamericana e britannica, “Pagine Inattuali”, rivista di filosofia e letteratura e “Storie”, rivista internazionale di cultura.

Dossier sul racconto, CrapulaClub on aprile 20, 2017





viernes, 14 de abril de 2017

Los informes (cuento inédito)



Soy uno de los miembros destacados del Cuartel de Delatores. Los altos mandos de esta Organización, expusieron sus planes en el mes de junio. Disponíamos de siete meses para ponerlo en marcha y llevarlo a feliz término. En mí habían depositado sus esperanzas y toda su confianza las jerarquías del Cuartel.

De salir todo según lo previsto, la “red” se iría haciendo cada vez más estrecha, a medida que se fueran agregando nuevos miembros. Abarcaríamos varias ciudades y, con el tiempo, cubriríamos todo el territorio manteniéndolo bajo estricto control. Nuestra misión era formar adeptos para la delación, investigar y descubrir a todos aquellos que manifestaran o indujeran a algún tipo de actividad negativa. Teníamos conocimiento que organizaciones clandestinas, con bases de operación en el extranjero, urdían un meticuloso y total exterminio de los que formamos el Cuartel de Delatores. Estas organizaciones, amparadas en sus propios y equívocos derechos, promovían acciones de un alto grado de peligrosidad, fundamentalmente, en iglesias y escuelas de párvulos.

Pusimos en marcha el plan el día 28 de julio, después de varias reuniones previas en el Cuartel General.

Cuatro miembros abarcarían un área de unas ocho manzanas, controlando día y noche los movimientos de los ciudadanos, vigilando, principalmente, las iglesias y los colegios. Los sectores circundantes a estas manzanas, donde también se crearían áreas similares, estarían en estrecho contacto con las demás, y así hasta cubrir todo el casco urbano.

Previo a nuestro traslado a las zonas asignadas, trabajamos duramente en los cursos de Delación, estudiando a fondo disciplinas de aplicación inmediata tales como: ejercitación de memoria visual, auditiva olfativa y táctil; interpretación de símbolos y signos gestuales; desplazamientos subrepticios; fisiometría; artes miméticas; disimulo y sutil ocultamiento de emociones y sentimientos; lectura de miradas; interpretación de códigos secretos; técnicas de persuasión; etc., etc.

En estos estudios destaqué del resto de mis compañeros ganándome la confianza de mis maestros más severos, a quienes admiro y respeto profundamente. Por estas razones, me asignaron una de las zonas preferentes, con un alto grado de conflictividad.

Alquilé una habitación modesta y limpia en un edificio próximo al colegio de párvulos. Era un noveno piso. Tenía una amplia ventana orientada al Sur y otras dos, más pequeñas, miraban al Este. Con la ayuda de un par de potentes prismáticos, podría controlar un área bastante extensa. Me correspondía un mercado de abastos, la estación de autobuses, la escuela de párvulos mencionada, y dos iglesias. También los edificios de oficinas y viviendas.

Una vez a la semana tendría que reunirme con los otros miembros del Cuartel, para intercambiar opiniones, evaluar la marcha de las investigaciones y redactar los informes.

La primera semana la empleé en hacer un reconocimiento del área, cotejarla con los planos proporcionados, y confeccionar unos nuevos, más detallados en los que se recogieran los cambios o anomalías detectadas. También me familiaricé con los movimientos, recorridos y costumbres de los habitantes. Comencé a observar con minuciosidad a la gente y en particular a los niños del parvulario. Al cabo de la semana envié mi primer informe, ampliamente detallado, y la respuesta fue una escueta nota firmada por el propio Director, en la que me felicitaba por mi trabajo y se me daba aliento para continuar. Todo ello redactado con palabras sobrias, aunque afectuosas.

En líneas generales, de mi informe se deducía que el sector a mi cargo le formaban familias comunes y corrientes, aparentemente inocentes, excepto por algunos detalles que me produjeron cierta inquietud: una mujer llevaba el pelo recogido con horquillas de color verde; en la camisa de un conductor de autobuses observé un botón de menor tamaño que el resto; había quienes llevaban manchas de comida en la ropa; otros, gesticulaban demasiado al hablar. Todos eran indicios de códigos secretos que utilizaban entre ellos.

Ocurrió otro incidente sospechoso: una tarde, a pesar de tener las persianas herméticamente cerradas, hallé una mosca en mi dormitorio. De inmediato la maté y mirándola de cerca, comprobé que no se trataba de una mosca común, pues era de color verde brillante; una mosca de la carroña, que aquí no se encuentran. Este detalle y los anteriores los hice constar en el siguiente informe:

”...las moscas carroñeras proceden de otras ciudades, y me atrevería a afirmar que las traen de países lejanos, posiblemente inoculadas con alguna enfermedad de fácil contagio y mortal. En lo que respecta a la manera de gesticular de la gente, constato que no es normal: demasiado ampulosa y rebuscada, con elocuentes pausas, detenciones bruscas y cambios de ritmo. Veo evidencias de signos secretos, de un lenguaje críptico. También intercambian mensajes con detalles del atuendo o del arreglo personal: peinados, adornos, botones, etc.”

A partir de ese momento, acatando órdenes, centraría todos mis esfuerzos en los niños, ya que éstos poseían mayores dotes para pasar inadvertidos u ofrecían enormes dificultades dada su hiperactividad infantil. De los mayores ya se estaban ocupando otros compañeros. Contrariamente a otros sectores, el mío, tenía una población infantil que superaba la norma: un porcentaje apenas perceptible, pero evidente a mis ojos perspicaces, tan importante como para someterlo a prudentes análisis y mantenerlo en permanente seguimiento.

En las semanas siguientes, desplegué una intensa labor, aunque los resultados fueron poco tangibles. Comencé a sospechar que la gente había percibido mis actividades y se cuidaba de actuar con naturalidad. Lo intuí de inmediato, cuando volví a ver a la mujer de las horquillas verdes en el pelo y ya no las llevaba, en su lugar, una diadema muy delgada de un verde pálido, le sujetaba el cabello. El verde era un color significativo (no podía olvidar que la mosca que había entrado en casa también lo era). Era también verde el sombrero que usaba una anciana de aspecto angelical que frecuentaba la iglesia. En la calle noté gestos cómplices, miradas ambiguas: alguien dio a un niño una manzana y éste se la metió al bolsillo en lugar de comérsela... En fin, que el índice de peligrosidad en mi sector era, notoriamente, alto.

En la siguiente reunión, así lo comuniqué a mis compañeros, sorprendiéndolos con mis abultados y exhaustivos informes. Si bien todas eran sospechas y carecía aún de nombres concretos que aportar. Tardé en reunir una lista.

Ante la creciente inquietud del Director General, que parecía empezar a perder su fe y confianza en mí, mi fina intuición detectó aquello que constituía la prueba más flagrante: un dibujo procedente de la escuela de párvulos, realizado por un niño de unos cinco o seis años. A pesar de que le faltaba un trozo, pude interpretarlo: con lapiceros de colores, el autor había representado a una mujer llevando en brazos a un niño. En un extremo del papel había escrito “mi ermana”. La omisión de la “h” constituía un código. Era una prueba alarmante; pero lo era aún más, el dibujo incompleto cercano al margen que había sido arrancado, pues vi mi rostro, con el pelo coloreado en verde. Mis sospechas se confirmaron cuando llegaron a mis manos dibujos similares hechos por otros niños y en los que era frecuente la omisión de la “h” en los textos, y el predominio del verde en los colores.

En el siguiente informe expuse este descubrimiento y envié adjuntos los dibujos. Se presentó en mi casa un inspector que me felicitó en nombre del Director General, y me rogó que mantuviera mi esfuerzo, mi tenacidad y dedicación. Sus palabras fueron justas, e incluso citó de memoria algunas de las frases más elocuentes y bellas que figuran en nuestros manuales.

Me esperaban nuevas y más dificultosas responsabilidades, y no podía defraudar. El Cuartel General puso a mi entera disposición dos ayudantes, a quienes ordené que de inmediato centraran toda su atención en el parvulario. Ambos pudieron introducirse como celadores. Esto les permitía una observación directa y la posibilidad de disponer de gran cantidad de material gráfico para investigar.

A diario, mis ayudantes me traían a casa figuras de plastilina, redacciones, dibujos, y me informaban personalmente de las actividades de los niños. Cuando podían, pues era muy arriesgado, aportaban fotografías tomadas furtivamente en clases o en los recreos.

A deducir por el análisis de todo este material, no había apenas niños que no participaran de alguna u otra actividad insumisa, incitados por las grandes y poderosas organizaciones. En las figuras de plastilina predominaban los animales, los árboles y algunos rostros humanos -sé muy bien lo que esto significa-, pero lo más alarmante y que delataba sus monstruosas intenciones, era el uso que hacían de los colores: rojo y azul para los árboles, verde para las caras, amarillo para ciertos animales. Lo más flagrante fueron los dibujos de moscas, también verdes, abundantes en los márgenes. Ante la multitud de pruebas recuperé la fe.

En las fotos obtenidas durante los recreos, se veía con claridad la actitud de los gestos mientras jugaban, o fingían jugar. Ciertas sonrisas no eran de alegría: podía ver en ellas el sarcasmo y el desdén. Había actitudes extrañas en las figuras que componían con el cuerpo cuando jugaban al corro, como si formasen letras, como si todos ellos fueran un alfabeto viviente capaz de comunicar mensajes en clave.

Los celadores también me informaron que los niños empleaban palabras con un evidente sentido oculto. Estas eran: elefante, mamá, perro, caramelo, tinta, tiza y MOSCA. Mi inmediata labor sería descifrarlas. Durante semanas fui acumulando y catalogando datos y, con el auxilio de un manual de símbolos y criptografías, pude desentrañar varios significados: elefante equivalía a “cuidado, nos están vigilando”; los árboles de plastilina rojos, “cancelen todas las acciones”; los animales azules, “ya no hay peligro”; la palabra “perro”, designaba a los celadores, y “MOSCA”, a mí. El verde que era tan usual, equivalía a “muerte”.

Con estas conclusiones aterradoras, elaboré el informe que transcribo literalmente”

Estimado Señor Director,

Cumplo en informarle que del resultado de mis amplias investigaciones, se desprende como conclusión, que en el sector asignado a mi cargo (Secc. A.R/56-78), se desarrollan operaciones de profundo y preocupante carácter negativo. Detrás de los quehaceres y juegos de los niños del parvulario, en apariencia inocentes, hay claves que evidencian la intervención directa de los altos Organismos enemigos. Sus objetos, palabras y gestos, así lo indican claramente, según estudio que adjunto con las pruebas obtenidas.

Besos sus manos.



La respuesta fue una nota breve y un “Manual de Desviaciones en el Comportamiento Infantil”, que me fue de inapreciable utilidad a la hora de continuar mis pesquisas.

Con el tiempo fui descubriendo que la base del plan era un grupo de niños especialmente seleccionados por su alto coeficiente intelectual, cuya misión era interceptar y entorpecer nuestra acción. Natural colegir, que el final del plan incluyera la aniquilación de nuestros Organismos (no en vano aparecían a menudo en las redacciones las palabras “Perro”, “mosca” y “verde”, agrupadas).

Una vez más el resultado de las investigaciones fue enviado al Cuartel debidamente cumplimentado con fotos, objetos incautados, dibujos y figuras de plastilina.

Por fin me llegaron las ansiadas órdenes, la recompensa a todos mis esfuerzos, el dulce fruto de mi trabajo: me debía poner en contacto con el resto de los grupos de Delatores, para elaborar una línea de acción simultánea. Los debates en la Sede del Cuartel fueron fatigosos, arduos, controvertidos, pero al fin salió adelante mi propuesta: la brillante idea de la creación de un grupo de niños -nuestros niños-, adiestrados con rigor especial en las artes de la Delación, para infiltrarlos en el parvulario. Cuando los niños más peligrosos y los cabecillas más activos fueran identificados, procederíamos a su desaparición.

Antes de introducir a nuestros niños en el parvulario, se les hizo una marca: una “D” minúscula estampada a fuego bajo la lengua.

A pesar de las habilidades de los infiltrados, encontraron enormes dificultades en ganarse la confianza de los demás niños, y pasó mucho tiempo hasta que pudieron averiguar algo concreto. Cada viernes me llegaban sus informes, notas que iban cobrando forma en mis cuadernos y que me posibilitaban perfilar algunos nombres. Únicamente quedaba averiguar el nombre de los cabecillas, para que éstos, a su vez, nos condujeran hasta las cumbres de la Organización enemiga.

Por desgracia no ocurrió como lo planeamos. Nuestros niños habían avanzado mucho en sus pesquisas, pero no podían penetrar más allá; un muro infranqueable se alzaba entre unos y otros. Inexplicablemente, los niños del parvulario encubrían sus actividades, disimulaban, falseaban sus códigos secretos, confundían.

Una vez más me vi en la necesidad de redactar un informe donde expliqué a mis Superiores las causas del retraso de los planes. Cuando terminé de escribirlo, me sentí ligeramente angustiado. Me resultaba difícil poner toda la verdad, me resistía a reconocer el fracaso. De modo que lo destruí y elaboré otro más duro, menos derrotista y, acaso, más contundente y definitorio; con el poder de convencer al Director General, obligándole a tomar medidas drásticas. No mentí en él; me limité a expresar con vaguedad algunos acontecimientos y a exagerar otros.

La contestación llegó de inmediato. La orden fue como esperaba: tajante. Los niños apenas sufrieron, creyeron estar participando en un juego más. Únicamente cometí un error; por esta causa me vi forzado a redactar un último informe que, de no haber existido, hubiera significado mi ascenso y mi gloria.

23 de abril.

Excelentísimo Señor Director general,

Cumplo en informarle que, de acuerdo con sus órdenes de 22 de enero, llevamos a buen efecto el plan previsto en el parvulario del sector a mi cargo. Lamentablemente, por circunstancias ajenas a mi voluntad, tuve la obligación moral de asumir ciertas responsabilidades por las siguientes razones: habiendo sospechado y descubierto a nuestros infiltrados, los niños rebeldes se marcaron bajo la lengua de igual manera que los nuestros, y así nos confundieron y se infiltraron entre nosotros, poniendo en peligro nuestra Organización. Ante la magnitud de esta circunstancia, tuve que exterminarlos a todos sin discriminar.

Beso sus manos
©norberto luis romero 2017


sábado, 8 de abril de 2017

Estudio de Anna Boccuti de "Emma Roulotte, es usted"


CÉSAR BRUTO Y NORBERTO LUIS ROMERO:

PACTOS HUMORÍSTICOS EN LA LITERATURA ARGENTINA DELOS SIGLOS XX-XXI

Anna Boccuti 
Università degli Studi di Torino
1. El humor es una especie endémica: al trasplantarlo de una latitud a otra, o de una época a otra, su densidad semántica y su efecto en el lector se ven afectados irremediablemente. Como se sabe, autor y lector deben poder acceder a las mismas referencias extra-textuales, contextuales e intertextuales para que el fenómeno humorístico pueda realizarse, sobre todo cuando este se presenta bajo la forma de parodia o pastiche, o sea, de una representación en segundo grado, en términos de Genette [1982 (1989)], lograda a través de la reproducción y deformación de los lenguajes y de los discursos. Esto es evidente en los textos de César Bruto, alias de Carlos Warnes (1905-1984)1 reunidos en El pensamiento vivo de César Bruto (1946), Lo que me gustaría ser a mí si no fuera lo que soy yo (1947), Los grandes inbento deste mundo (1952), El secretario epistolarico (1955), Brutas biografías de bolsillo (1972),Consejos para futuros gobernanteS (1982), y en los de Norberto Luis Romero, escritor nativo de Córdoba (Argentina) y residente en España, autor de una rica producción narrativa que comprende microficciones, cuentos y novelas;2 entre ellas Emma Roulotte, es usted (2009). Ambos humoristas se sirven de un inmenso catálogo de resonancias y significados estratificados en la lengua  y en la enciclopedia del lector, cuyo desciframiento (y, consecuentemente, la adhesión a los valores por ellos vehiculados a través de la distancia irónica) resulta ser un requisito indispensable para que el lector participe en el juego humorístico.

Hasta ahora no he hecho ninguna distinción entre humor, parodia, intertextualidad e ironía—nociones cercanas pero caracterizadas por funciones diferentes y activas en niveles distintos del discurso humorístico, como la crítica ha subrayado abundantemente.3 Aquí me limito, por razones de espacio, a señalar en pocas palabras las afinidades entre parodia, ironía y humor. El humor puede ser identificado sin ninguna retórica en particular, sino que debe entenderse como una lengua, un código organizado según su propia lógica— muy parecida a la del sueño—denominada por el estudioso italiano Giovanni Bottiroli “confusiva”: el aut-aut de la lógica aristotélica está reemplazado por el et-et, como en la condensación onírica, por ejemplo, o en las metáforas (2006: 217-218).4 Dentro del humor, el discurso irónico y el discurso paródico ocupan un lugar de honor en cuanto ambos se basan, como el humor mismo, en el doble sentido, la polisemia, la separación entre enunciado y enunciación, significado y significante.5

2.  Lo que venimos señalando explica por qué el proceso humorístico siempre debe producirse dentro de un territorio compartido por una comunidad, en este caso de lectores. Con la expresión “territorio compartido” me refiero al patrimonio cultural y al conjunto de saberes y experiencias que construyen la especial alianza entre el emisor del mensaje humorístico y su destinatario, el tercero indispensable en la producción del chiste, como subraya A.B. Flores (2006: 66) en su lectura del ensayo de Sigmund Freud, “El chiste y su relación con lo inconsciente” (1905).

Esta alianza está en la base de lo que, de ahora en adelante, llamaré “pacto humorístico.” Propongo utilizar esta expresión para designar la solidaridad única entre autor y lector, en otras palabras lo que permite a autor y lector situarse en el mismo tiempo y en la misma solidaridad, adoptando un idéntico punto de vista. Esto posibilita no sólo la activación de los procesos inferenciales y por tanto la descodificación de las implicaciones presentes en el mensaje humorístico, esenciales para que el humor se manifieste, sino también la posibilidad no sólo la activación de los procesos diferenciales y por tanto la descodificación de las implicaciones presentes en el mensaje humorístico, esenciales para que el humor se manifieste, sino también la posibilidad de coincidir en los valores puestos en juego por la risa (ya evidenciado por Henri Bergson en su ensayo “La risa” .

El concepto de “pacto humorístico” permite también comprender por qué las realidades locales (personajes políticos, tipologías sociales, sociolectos, etc.) caen frecuentemente bajo la lente del humorista. Este las propone como objeto de reflexión y las convierte, gracias al carácter eminentemente social propio de la risa (ya evidenciado por Henri Bergson en su ensayo “La risa” ([1900] 1973 ) en instrumentos para la consolidación del sentido de pertenencia a una comunidad, ya sea de clase, cultura o nación. Eso también aclara por qué las formas de humor se ven afectadas por los cambios de espacio y tiempo: este es el caso de los textos de César Bruto.

3.El personaje del redactor analfabeto creado por Warnes retoma tic, clichés y deformaciones lingüísticas de tipos sociales bien reconocibles y arraigados en la realidad argentina, pero al mismo tiempo inventa su propia lengua a partir del juego con el habla de las clases populares: Jues de turno criminal

Si yo fuera jueS agarraba y enpesaba por soltar a todos los presos de la carSel. primero porque ya mucha jente está arrepentida y no lo vaser más, y segundo porque cuando yo enpesara a condenar a los questán sueltos me faltaría lugar enseguida a donde meterlos (César Bruto, [1947] 1996: 107).
 La segmentación incorrecta de vocablos, artículos, verbos, reproducidos así como se los perciben en la cadena fónica (de aqui enadelante se vadejar de …), la abundancia de vulgarismos fonéticos, morfosintácticos y léxicos, así como la acumulación de todas las frases hechas, hacen de la lengua el territorio privilegiado de lo cómico. Sin embargo, gracias a los excesos de la caricaturización y a la redundancia, los tipos sociales evocados mediante el lenguaje se desrealizan y el humor pierde toda connotación satírica. Nos encontramos, más bien, frente al humor del absurdo que se sirve de la realidad para después deshacerla en la proliferación de invenciones lingüísticas y discursivas, como bien ha subrayado Roberto Ferro (1996: 235-244).

El “error,” tanto en el lenguaje como en las argumentaciones, se convierte aquí en el principal recurso humorístico, iluminando puntos de vista inesperados. Se va así perfilando un mundo al revés, —cercano a la tradición del carnaval según Bajtín—, donde la lógica corriente se ve constantemente cuestionada y con ella todo orden y valor convencional:
Preso para toda la vida

Si yo tengo la suerte algún día de ir preso, no digo mucho, pero aunque sea por 20 anios, me daba el gusto de darme una vida de bacán pansa arriba y sin preocuparme por la carestía de los produptos de primera necesidá, del voto femenino de la muger, ni de importarme que sea quien sea el que estea arriba del gobiernO, porque total, estea quien estea, en la presióN a mí nada me podía haser. [...] Fíngensen ustede que la cosa es macanuda y a ver si seaviban de una vez todos: los questán libre en la calie tienen el peligro de que los maten los auto, los coletibo, losónibú y los carro; le sacuden arriba de la salfonbras y le tiran el agua de las maseta; no lo dejan pisar arriba del séspe, no lo dejan escupir arriba del suelo, no lo dejan desir piropos a las muger [...] El día en que todo el mundo seavibe y estea preso, la jente será duenia de vivir con anplia libertá. (César Bruto, [1947] 1996: 85)

Se trata de un mundo dominado por el paralogismo, donde la doxa cede su lugar a la para-doxa: asistimos a la inversión de toda jerarquía axiológica. La lógica de interpretación de lo real refleja la naturaleza no sólo de “bruto” sino también de “vivo”, como anuncia el título de uno de los volúmenes citados: El pensamiento vivo de César Bruto.

El pacto humorístico antes mencionado se demuestra indispensable para acceder a los contenidos “locales” de los textos, tanto por lo que concierne a los referentes como en lo relativo al lenguaje y a sus ecos intertextuales.


Mi experiencia personal confirma que para un hablante no argentino es muy difícil captar los matices irónicos de ciertos sociolectos, así como reconocer las citas intertextuales o interdiscursivas que constituyen el humus del humor de Warnes/Bruto. La dimensión histórico-política también entra en los textos de César Bruto a través de las referencias a los problemas de actualidad, como

en la dedicatoria que abre Consejos para futuros gobernanteS:

DEDICATORIA DE FACTO
Quiero dedicar este libro a los 21 presidenteS que tuvimos en menos de 40 anios, por órden de aparisión:

Raeson



Guido

Perón
Ramírez


Illia

Isabel
Farrell


Onganía

Luder
Perón


Levingston


Videl
Lonardi


Lanusse

Viola
Aramburu


Campora

Galtieri
Frondizi


Lastiri

Bignone

O sea que, desde el 43 al 82 nos gobernaron (¡bah, es un decir! ) 14 jeneraleS, y eso merese todo nuestro agradesimiento: porque cuando a nosotros los siviles nos toca haser el servisió militaR, sienpre nos quejamos; ¡y en cambio los militareS son capases de cualquier cosa por haser el servisio sivil! (César Bruto, 1982: 7)

A partir del título, que alude con el eufemismo “de facto” a los gobiernos militares que se instalaron en el poder gracias a los golpes de estado, el texto declara su intención irónica y, gracias a la mirada desacralizante, exhibe toda la fuerza demoledora de la risa. El uso del discurso de las carteleras de cine y teatro en la presentación de los presidentes (“por orden de aparisión”) refuerza la ironía mientras el chiste del final, basado en la inversión, expresa disfrazándola con el humor la opinión del autor sobre la situación política del país, creando una proximidad muy especial con el lector.


El lenguaje se convierte en un lugar para el humor, donde pueden converger lectores de varias clases sociales y varios niveles culturales. El texto resultará más o menos eficaz según el repertorio lingüístico  y cultural de cada individuo, según la capacidad de cada uno de reconocer las infracciones operadas por el autor en el nivel ortográfico, gramatical, sintáctico y lógico, y su éxito dependerá de la mayor o menos identificación con el grupo social parodiado por Warnes—en otras palabras, de la naturaleza del pacto humorístico que se establecerá entre autor y lector.




5. En Norberto Luis Romero, el título mismo de la novela, Emma Roulotte, es usted

 (2009 declara que el pacto humorístico se afianza en un diferente del que vimos en César Bruto: la Emma aludida es por supuesto Emma Bovary, la protagonista de la celebre novela de Gustave Flaubert, y las que se parodian son las palabras del autor francés: “Madame Bovary, c’est moi.” Aquí el humor se dirige hacia un “objeto” (el sistema literario y las reglas de producción del mercado editorial) accesible a un público universal; sin embargo el pacto humorístico se estrecha entre el autor y una “audencia” selecta: los lectores cultos y literatos.

La acumulación paródico-humorística toma como modelo el lenguaje literario, el horizonte de expectativa creado por los distintos géneros y las fórmulas estereotipadas de la literatura, involucrando en la dimensión metaliteraria tanto el discurso como la estructura de la novela. El lector, por supuesto, no tarda en darse cuenta de que se trata de una metanovela en clave cómica, constituida por una serie vertiginosa de narraciones encajadas una dentro de la otra, según la tradición de Las Mil y unas noches: un cuento encierra otro cuento que encierra otro cuento, tanto que por momentos se vuelve difícil determinar en qué nivel de narración nos encontramos.

La estrategia que permite la proliferación de los relatos es la peregrinación de un cuento a otro de la joven Emma, personaje consciente de su naturaleza convertirá en la autora de la novela que estamos leyendo. Por eso la mujer conoce los planes de su Autor y por lo tanto puede prever el desenlace de la novela:

Buenas noches, soy Emma.

Él le sonríe. Ella advierte su desconcierto y se apresura a aclararle:
- Me envía el autor.
- Se tranquiliza, pero reflexiona y pregunta:
- ¿Un hombre ojeroso, con deportivo rojo? Dijo que buscaba a una tal Emma-
- No será a mí, contesta ella, decidida.

-En ese caso... encantado de conocerla. Soy... – y se calla, vacila, porque desconoce su propio nombre.
- Carlos- le dice ella. Y le tiende una mano diminuta. Carlos se sorprende y a la vez se siente reconfortado cuando conoce su propio nombre, tiene por fin una identidad y deja de ser sencillamente “el muchacho.” (Romero, 2009: 14)6


En un juego de espejos, la expresión “el muchacho” retoma el íncipit de la novela misma:

El muchacho desciende de un coche de línea en medio de un páramo. Está solo, con su maleta, a la orilla del camino de tierra. El ronquido del motor se aleja a sus espaldas y el corazón se le encoge en un puño ante tanta desolación. (9)

El lector informado habrá reconocido en el muchacho Carlos a Charles Bovary, el marido de la protagonista de la novela evocada en título, Madame Bovary.

En otros episodios nos encontramos ante personajes de ficción en el acto de idear la novela en la que aparecen como personajes, como en el capítulo “Una caja enigmática,” en el que las hermanas Carlota y Emilia (de más está decirlo, duplicación paródica de las hermanas Brönte) así se interrogan mientras esperan la inspiración:

“Y si escribiéramos algo absurdo? Algo kafkiano, referente a un hombre que se pierde en un pueblo, por ejemplo, y que tiene que buscar a una persona que no existe y encontrarle una caja.” (24)

Además que a la multiplicación de los relatos en los relatos, asistimos a la fluctuación de un género a otro—pasamos rápidamente de un cuento de ciencia ficción (“Crónicas gammapurpurenses”, eco de la novela de Ray Bradbury) a las atmósferas del dirty realism (“El jodido escritor fracasado”), al cuento de hadas reconstruido según las funciones destacadas por Propp en su Morfología del cuento: todo esto provoca la explosión de la novela y somete el quehacer literario a una crítica rigurosa por medio de lo ridículo.

Más allá de la desacralización obrada por la parodia humorística y de la libre manipulación del material literario, resultan claros los que son los elementos teóricos de reflexión . En más de una ocasión es posible reconocer una verdadera teoría del cuento, cuyos puntos principales se exponen bajo el disfraz humorístico. Los defectos de la mala escritura están cuidadosamente enumerados en el prospecto del CUENTOVAK 10 mg, un medicamento utilizado para curar la falta de inspiración, al que recurren las hermanas Carlota y Emilia:


DOSIFICACIÓN Y MODO DE EMPLEO: Se recomienda no hacer uso excesivo de CUENTOVAK 10: una sobredosis podría originar cuentos demasiado extensos sin que la acción lo requiera. Las digresiones son siempre aburridas y no contribuyen a una marcada mejoría, y en cambio distraen de la acción fundamental. (27)

La superposición de discursos diferentes—en este caso el farmacéutico y el teórico—origina la colisión humorística. En otro punto, se recurre a la perspectiva extrañada (el presente observado desde un lejano futuro: en el capítulo “Crónicas gammapurpurenses,” el año 5789 de la “Era Espacial en Gamma Purpúrea”), para dedicarse a otro de los contenidos “serios” de la obra: la crítica al sistema editorial. A los escritores se los llama “monstruos” y así habla uno de ellos:

-     [...] Nosotros no éramos monstruos. En un principio fuimos seres humanos normales y vivíamos en el planeta tierra, igual que ustedes, pero caímos en mano de algunos traductores... de ciertos editores... algunos críticos desaprensivos, agentes literarios ambiciosos... y quedamos así, deformados por las erratas, el marketing, las fusiones editoriales... y también por las traducciones sucesivas. (49)
-      
El lector que no se sienta implicado en las preocupaciones de este hablante (la actividad literaria vs el sistema editorial) se coloca fuera del pacto humorístico, ya que este requiere no solo que lector y autor posean las mismas competencias, sino también que compartan, como hemos visto, el mismo punto de observación del mundo y los mismos valores. Por supuesto, compartir una enciclopedia semejante se vuelve indispensable para reconocer las imprevisibles y variadas citas diseminadas en el texto (versos de tango canción, estrofas de sonetos de Darío, microcuentos como El Dinosaurio de Augusto Monterroso). Asimismo, permite identificar el modelo de las deformaciones paródicas que forman parte de este pastiche, cuya captación es imprescindible para el detonante humorístico. En ausencia de estos requisitos, el humor constitutivo del texto permanecería mudo.

6. Espero haber mostrado con las reflexiones propuestas aquí que, tras la realización completa del texto humorístico, es necesaria la existencia de un pacto específico , de análoga naturaleza a la del pacto ficcional o el pacto autobiográfico, ya consolidados en el discurso crítico.


He elegido trabajar sobre textos que se diferencian en diversos aspectos: la época, el medio editorial, la circulación y, sobre todo, la voz narradora. En efecto, César Bruto aparece como un analfabeto y Emma Roulotte como una hiperliterata. Sin embargo, una analogía los subtiende en profundidad. En ellos, la comicidad se funda en la reutilización irónica de materiales discursivos preexistentes, y por lo tanto ambos requieren un lector competente para poder significar.
Ambos me parecen muy interesantes también porque presentan dos hipotéticos lectores modelos: en el primer caso, el autor (Warnes, para entendernos) se dirige a un público más amplio, parte de una franja sociocultural mediana pero localmente muy arraigado. En el caso de Emma Roulotte, deberá seleccionarse el público por su nivel cultural pero no por su origen grográfico-cultural. Hay también ejemplos de humor donde lo local y lo universal—lo popular y lo culto—se confunden admitiendo así lectores que acceden a mayores o menores significados según sus conocimientos: entre otros, es el caso de la célebre historieta Inodoro Pereyra (1974-2007) de Roberto Fontanarrosa o del pastiche-parodia de Luis María Pescetti y Jorge Maronna Copyrigtht (1999), donde se retoman pasajes de la literatura universal entremezclados con hechos de la actualidad y de la política Argentina de los años en que fueron publicados.
Lo que todas estas obras tienen en común—aunque sus resultados lleven a reflexiones de distintos alcances—es la práctica del humos y del absurdo como forma de liberación de la tiranía de la razón, que con sus certezas representa ella misma un límite para el hombre. Creo que vienen al caso las palabras de Ana Camblong sobre la humorística de Macedonio, de cierta manera precursor de estos humoristas: “[...] apedrear las solemnidades en todas sus formas” (Camblong, 2003: 395). La mirada humorística fundada en la irrisión de lo existente a través de lo absurdo corroe todas las certezas y las convierte en el blanco de la risa, por eso el humor se resiste a un análisis exhaustivo: porque es en sí anti-solemne y anti-dogmático. Yo espero no haber traicionado con tantas teorías la naturaleza de estos textos.
Nota del autor de blog: He eliminado citas y bibliografía por cuestiones de espacio, pero el documento original puede consultase aquí:

viernes, 31 de marzo de 2017

Orquideas (Cuento breve)

Cuando descubrió las orquídeas en el invernadero, una vez superadas la sorpresa e inevitable admiración, les tuvo celos. Tantos, que esa misma noche le reprochó a su flamante marido que se las hubiera ocultado, como quien esconde una aventura amorosa, o peor aún, una amante.
Siempre hemos cultivado orquídeas en la que es ahora tu casa. No tiene nada de particular hacerlo; superan al resto de las flores por su exquisitez y exotismo, le explicó su marido.
Pero tienes que dedicarte mucho a ellas…
Porque son sumamente delicadas, como tú, argumentó él, y la besó tiernamente.
Luego ella guardó silencio, no volvió a sacar a relucir el asunto, pero acudió al invernadero cada vez que él se ausentaba a la ciudad, o por las noches mientras su esposo dormía; y allí se quedaba largo tiempo observando con resentimiento a las orquídeas, sus simetrías caprichosas, los suculentos estambres y carnosos pétalos de matices sanguíneos, aferradas al tronco de los árboles de cuyas energías se apoderaban para abrirse arrogantes, tentadoras, sensuales.
A fuerza de admirarlas con envidia le pareció que algo malvado atrapaban en sus cálices húmedos y voluptuosos, en los pliegues insinuantes de sus pétalos. Con el paso de los días notó que iban invirtiéndose los papeles: eran las orquídeas quienes la observaban a ella cuando en las noches de insomnio dejaba la alcoba y, sentada en la bancada de piedra humedecida, con la camisola velando apenas sus sonrosadas y armoniosas formas, desafiaba la impudicia de las orquídeas. Sospechó que cada vez que les daba la espalda para irse de allí ellas cuchicheaban, la criticaban o se burlaban. Algo les vio de carnívoras que aumentó su susceptibilidad y, poco a poco, la admiración fue transformándose en inquina y los celos en odio.
Una noche, mientras su esposo dormía profundamente, dejó la alcoba como otras tantas veces, pero ésta se dirigió en primer lugar a la caseta de herramientas y allí tomó unas cizallas.

A pesar de los años de profesión, el comisario apenas pudo tolerar lo que tenía ante sus ojos: en el suelo, al pie de las orquídeas sudorosas y salpicadas de sangre, yacía ella desnuda, con las cizallas en el pecho abierto, y un poco más allá, la camisola sucia, destrozada.
© Norberto Luis Romero, 2017